In Congo la pittura critica i grandi della terra.

Sconcerta talvolta la propensione all’uso di categorie ristrette per ambiti di grande respiro. E’ il caso

dell’arte africana troppo spesso chiusa in un vocabolo unico che ne mortifica le accezioni e le

sfaccettature. Per gli oltre 50 Stati del Continente Nero si potrebbe e si dovrebbe costruire una storia

dell’arte, per non parlare dei villaggi e delle tribù locali e dei loro personalissimi linguaggi visivi.

Non tutto è meritevole di studio e di citazione ma in un universo così variegato si è posta

all’attenzione degli altri continenti, quelli che fanno il bello e il cattivo tempo dell’arte, la Pittura

Popolare di Kinshasa. Appartengono a questo movimento nomi ormai noti al mercato dell’arte come

Chéri Samba, Pierre Bodo, Cheri Cherin, Moke, Cheik Ledy e il giovanissimo JP Mika.

Il movimento nacque a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) intorno agli anni ’70 del

Novecento e sembra fosse inizialmente praticato su sacchi di farina fissati su telai esposti in strada.

I leader del movimento lo definiscono “qualcosa che viene dal popolo ed è per il popolo”,

esplicando la natura e l’intento di questa arte, il continuo interesse dei pittori su temi ed immagini

che derivano dalla cultura popolare (compresi gli animali umanizzati) e dalla vita quotidiana.

Prevalentemente figurativa, la Pittura di Kinshasa critica le situazioni sociali e politiche della

comunità africana come le questioni degli aiuti internazionali, le guerre, le rivoluzioni, la sessualità

e lo sfruttamento, talvolta con una vena di cinica ironia.

Non mancano tuttavia episodi di vita urbana e la messa in scena di comportamenti e appartenenze

sociali come l’esuberante eleganza dei sapeurs (i moderni dandy della SAPE, Société des

Ambianceurs et des Personnes Élégantes). Figli di una nazione che ha conosciuto e che vive ancora

numerosi conflitti, gli artisti congolesi producono opere impegnate che offrono una visione

moderna della città e delle sue contraddizioni traendo ispirazione da un’immaginazione senza

confini.

Fuori dai canoni accademici e quasi tutti autodidatti, i pittori di questo movimento sfuggono ai

classici schemi dell’arte come ad esempio l’obbligo dell’opera unica, così Chéri Samba è solito

dipingere tre versioni di uno stesso quadro (con piccole differenze), con la volontà di far conoscere

al maggior numero possibile di persone la sua arte.

Sebbene le tematiche continuino ad essere “scottanti”, lo stile della scuola di Kinshasa ha dato il via

ad alcune variazioni “scissioniste” che differenziano il racconto della cronaca di strada in stile

figurativo da quello puramente personale, come quello immaginario e surreale di Pierre Bodo,

denominato Bosch africano. Fiducioso nella capacità dell’arte di cambiare il mondo, Bodo presenta

nei suoi dipinti i mali che colpiscono la società, gli eccessi, i vizi, ma anche scene di riconciliazione

dell’uomo con la natura e il cosmo, con un tocco personalissimo in scene simboliche e spesso

fantastiche. Anche Alafu Bulongo, chiamato Alfi-Alfa, modifica talvolta il proprio stile sostituendo

le pennellate fluide ad un puntinismo che defisce lo spazio cromatico per identificarne

l’appartenenza e scoraggiare le imitazioni.

Classe 1967, Alfi Alfa iniziò giovanissimo a concentrarsi sulle tematiche popolari; attento

soprattutto all’infanzia sembra creare collage visivi che raccontano storie di prostituzione e

sfruttamento, ma anche di pedofilia della chiesa cattolica. Il tono diventa più leggero, almeno in

apparenza, quando Alfi Alfa dipinge gli animali, metafore e maschere dietro le quali si celano

avvenimenti e personaggi politici.

La mancanza di veri e propri spazi museali e di una politica che sostenga e protegga il lavoro degli

artisti, ha favorito spesso lo sfruttamento da parte di galleristi occidentali.

Così i pittori dell’arte popolare oggi sono per la maggior parte raggruppati nell’associazione di artisti

popolari del Congo, la AAPPO. Questa associazione, con sede a Kinshasa e presieduta

alternativamente da Chéri Samba, Pierre Bodo e Chéri Benga, raggruppa più di 20 pittori, tra cui gli

anziani già citati e più giovani come JP Mika, Shula, Amani Bodo, Papa Mfumu’Eto, Alfi Alfa,

Sapin, Sam Ilus, etc.

Il mondo ha iniziato ad apprezzare questa particolare scuola pittorica, persino la Tate Modern di

Londra nel 2007 ha dedicato una mostra al nucleo originale di questa corrente artistica, il

Guggenheim di Bilbao lo ha inserito in un’ampia mostra sull’Africa e qualche anno fa il movimento

è arrivato anche al Complesso del Vittoriano a Roma.

Tuttavia le mostre che hanno finora aperto la strada all’arte contemporanea africana sembrano essere

quasi tutte monopolio di grandi collezioni occidentali, come la Collezione Pigozzi, a cui i musei o le

singole gallerie fanno riferimento per avere opere dal Continenete Nero. Se da un lato la

lungimiranza di Jean Pigozzi e soci ha fatto in modo che un’arte del tutto sconosciuta fosse posta

all’attenzione occidentale, dall’altra ha chiuso la scelta e la visione ad un numero ristretto di artisti,

inavvicinabili per altre vie.

Il successo su scala internazionale dei maestri del movimento ha ovviamente spinto nuove leve a

seguirne le orme con accezioni tuttavia personalissime. Sulla scia dei fondatori si pone JP Mika,

classe 1980, attualmente considerato un talento promettente, degno di esporre quest’anno alla Kalao

Panafrican Creations di Bilbao insieme ai grandi della scuola congolese. Seguendo i dettami della

Pittura popolare, JP Mika affronta le problematiche internazionali con notevole forza espressiva. Le

figure note del mondo occidentale, uomini il cui potere arriva in Africa, come Barak Obama o

Nicolas Sarkozy, vengono decontestualizzate dal pittore che le pone su sfondi tormentati, tra scontri

e uccisioni. Nei quadri dell’ artista fanno comparsa personaggi del calibro di Osama Bin Laden

(minacciato da una terribile Statua della Libertà) o i dittatori rovesciati dalle rivoluzioni arabe come

Mubarak, Gheddafi e Ben Ali, e fa capolino anche Idi Amin Dada (il sanguinario dittatore

ugandese).

Nato in una famiglia povera, molto giovane JP Mika cercò di sfruttare la propria abilità nel disegno

per guadagnare; dall’età di 13 anni si dedicò alle decorazioni dei cartelloni pubblicitari fino

all’ingresso all’Accademia di Belle Arti.

Notato da Cheri Cherin, convinto del potenziale del pittore, JP Mika divenne allievo di uno dei

fondatori del movimento avendo così finalmente l’opportunità, nel 2008, di un primo viaggio al di

fuori dei confini congolesi per esporre in Europa. Ora il suo nome è inserito nelle mostre della

Pittura popolare di Kinshasa, e presto ci sarà una sua personale proprio nella capitale.

Intanto in giro per il mondo si susseguono le mostre del movimento ormai storicizzato mentre fanno

capolino timidamente altri testimoni dell’arte contemporanea di un continente finora troppo

trascurato.

http://ilmanifesto.info/in-congo-la-pittura-critica-i-grandi-della-terra/

courtesy Manifesto

Kyo Noir all right reserved